“Se voglio che se ne vada, se ne andrà molto in fretta”, ha dichiarato, accusando Powell di fare “politica” invece del suo dovere tecnico
Trump vs Powell: tensione ai massimi tra Casa Bianca e Federal Reserve
La presidenza Trump, tornata al comando nel 2025, ha acceso una nuova miccia nel delicato equilibrio tra potere politico e autorità monetaria. Al centro del dibattito non ci sono solo le scelte sui tassi d’interesse, ma la stessa indipendenza della Federal Reserve. E in prima linea c’è Jerome Powell, presidente della Fed, diventato bersaglio diretto delle invettive di un presidente che lo aveva nominato lui stesso nel 2017.
Una nomina che si è trasformata in sfida
Powell, già riconfermato da Joe Biden nel 2022 per un secondo mandato fino al 2026, è passato da uomo di fiducia a ostacolo politico in pochi mesi. L’insofferenza di Trump è esplosa dopo che la Fed ha lasciato invariati i tassi d’interesse sia a gennaio che a marzo, nonostante il ritorno di una politica commerciale aggressiva e protezionista. L’introduzione di nuove tariffe da parte della Casa Bianca avrebbe, secondo Trump, giustificato un taglio dei tassi per sostenere la competitività dell’economia statunitense.
Invece, la Fed ha mantenuto i tassi nel range 4,25%–4,5%, dopo averli già tagliati progressivamente dal 5,5% massimo toccato nel 2023, per contenere l’inflazione. Powell ha difeso la decisione come necessaria per non alimentare nuove spinte inflazionistiche innescate dai rincari tariffari.
Trump, furioso, è passato all’attacco con toni diretti: “Se voglio che se ne vada, se ne andrà molto in fretta”, ha dichiarato, accusando Powell di fare “politica” invece del suo dovere tecnico. L’hashtag implicito è diventato chiaro: Powell deve andarsene.
Che cosa può fare davvero la Fed?
La Federal Reserve non è un ministero del Tesoro né un’agenzia governativa ordinaria. Si tratta di un’istituzione indipendente, con un mandato preciso: garantire la piena occupazione e la stabilità dei prezzi. La leva principale? I tassi d’interesse. Ma l’indipendenza operativa della Fed, per quanto consolidata, non è scolpita nella pietra.
Secondo la normativa vigente, un presidente della Fed può essere rimosso solo “per giusta causa” – un termine volutamente generico, mai testato in contesti di conflitto aperto. Nessun presidente USA, fino ad oggi, ha mai tentato una rimozione anticipata del presidente della banca centrale.
La Casa Bianca ha affermato di “studiare il caso”, mentre un verdetto della Corte Suprema, atteso nei prossimi mesi, potrebbe avere effetti indiretti: la Corte sta valutando i poteri presidenziali nel rimuovere dirigenti di agenzie federali indipendenti. Un’eventuale sentenza a favore del presidente amplierebbe lo spazio d’azione anche nel caso della Fed.
I mercati sentono la tensione
L’instabilità politica ha prodotto effetti immediati. Le tre principali borse statunitensi – S&P 500, Nasdaq e Dow Jones – hanno registrato cali significativi:
S&P 500: ha chiuso a 5.686,67 punti il 2 maggio 2025.
NASDAQ Composite: ha chiuso a 17.977,73 punti il 2 maggio 2025.
Dow Jones: ha chiuso a 41.317,43 punti il 2 maggio 2025.
Il dollaro americano ha perso terreno, con l’indice DXY sceso a circa 99,78 punti, ai minimi degli ultimi tre anni.
L’oro, tradizionale bene rifugio, ha toccato un nuovo massimo storico di 3.239,16 dollari l’oncia.
Prospettive economiche globali
Anche il Fondo Monetario Internazionale ha suonato l’allarme. In un aggiornamento del 22 aprile 2025, ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita globale:
Crescita mondiale 2025: abbassata al 2,8% (dal 3,3% previsto precedentemente).
Crescita USA 2025: prevista all’1,8%, rispetto al 2,8% registrato nel 2024.
Nel frattempo, l’inflazione negli Stati Uniti, secondo l’ultimo report ufficiale, si attesta al 2,4% su base annua.
L’equilibrio fragile tra tecnica e politica
Quello che si sta consumando non è semplicemente uno scontro tra due personalità – Trump e Powell – ma una vera e propria crisi istituzionale. La Federal Reserve è stata costruita per essere tecnocratica, immune alle oscillazioni politiche, proprio per proteggere il sistema economico da decisioni impulsive.
Tuttavia, se l’amministrazione USA dovesse riuscire a forzare Powell alle dimissioni, il precedente sarebbe pericoloso: ogni futuro presidente potrebbe esercitare pressioni sulla Fed per adattare la politica monetaria alla propria agenda politica. Ciò rischierebbe di minare la fiducia nella stabilità del dollaro, nei Treasury Bonds e nell’intero sistema finanziario internazionale basato sul dollaro come valuta di riserva.
Conclusione: un futuro incerto, ma carico di implicazioni
La storia della Federal Reserve è segnata da momenti di tensione con la politica, ma raramente si è arrivati a un livello così esplicito di conflitto. Il prossimo anno sarà cruciale: se Trump dovesse davvero cercare di forzare Powell alle dimissioni, la risposta legale e istituzionale a questo tentativo potrebbe ridefinire per sempre il ruolo della banca centrale americana.
In gioco non c’è solo la presidenza di Jerome Powell, ma la stessa credibilità dell’indipendenza monetaria negli Stati Uniti. E, con essa, l’equilibrio di un sistema economico su cui poggia buona parte della finanza globale.
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